E se i Piani B tra le montagne fossero una balla?
Scendere a patti con i propri sogni e dare un valore a cosa resta a metà strada tra la realtà e il desiderio.
In queste settimane torna spesso a galla nella mia mente un pensiero, alimentato dalla difficoltà di vivere a Firenze. Qui ci sono nato e cresciuto, la mia famiglia è qui, ma i costi immobiliari sembrano ormai fuori da ogni logica. A quanto pare, è un dato di fatto e anche le statistiche lo confermano: che si tratti di acquistare o stare in affitto, i prezzi sono tra i più alti d’Italia. E quando tutto sembra remarti contro – il costo della vita, la fatica di trovare un equilibrio, quella sensazione costante di precarietà – non puoi fare a meno di chiederti: ne vale davvero la pena?
Sono mesi in cui l’idea di un cambiamento netto, radicale, si fa largo con una certa ricorrenza. Lasciare tutto, inventarsi una nuova vita lontano dalla città. Qualcosa che vada oltre la solita routine, in un luogo più semplice, più vero. È un pensiero che nasce da un impulso viscerale, quasi una ribellione allo stato delle cose. Immagino una casa in un luogo vicino alle montagne, la lentezza delle piccole comunità, il silenzio intorno a me.
Andai nei boschi perché desideravo vivere deliberatamente, affrontare solo i fatti essenziali della vita, e vedere se non potessi imparare cosa avesse da insegnare, senza scoprire, giunto alla morte, di non aver vissuto. Non desideravo vivere ciò che non era una vita, per quanto caro mi sia il vivere; né desideravo praticare la rassegnazione, a meno che non fosse necessaria. Volevo vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo così risoluto e spartano da sbaragliare tutto quanto non fosse vita.
Questa fantasia è diventata quasi un riflesso automatico, il mio personale piano B. Ogni volta che i conti non tornano, che le bollette sembrano impennarsi senza motivo, che c'è il tagliando all'automobile o che mi trovo a camminare per la città sentendomi schiacciato dai mille stimoli e dalla folla, quel pensiero riaffiora: e se mollassi tutto?
Non sono il solo a pensarci, lo so. Basta aprire i social per vedere quanti articoli o profili raccontano proprio questo: persone che hanno lasciato il lavoro, la città, le abitudini consolidate per rifugiarsi in una capanna tra i boschi, in un casale tra le colline o su una barca a vela. Che siano vere o costruite, c’è qualcosa di magnetico in queste storie. Sembrano dipingere la fuga dalla modernità come una scelta che ti salva, una via d’uscita concreta dai compromessi di un sistema che ormai non ha molto altro da offrirti se non il restare a galla. Ecco perché ogni volta che le leggo, il risultato è l’eterno interrogativo: perché non lo faccio anch’io?
La risposta arriva subito, implacabile. La verità, quella che spesso rimane nascosta dietro i racconti, è che lasciare tutto non è una scelta che tutti possono permettersi. Dietro ogni storia di successo – anche quando si parla di evoluzione personale – ci sono quasi sempre elementi invisibili: un capitale iniziale, una rete di sicurezza, la libertà di poter fallire senza che le conseguenze siano devastanti. In pochi lo ammettono, e in tanti non saranno d'accordo con me, ma mollare tutto, spesso, è un privilegio. Molte di queste storie, che ogni giorno ci raggiungono tramite Instagram e i media, sembrano ridurre tutto a una scelta binaria: o dentro o fuori, bianco o nero, o hai il coraggio di farlo o sei una pecora. Molto facile metterla così. Ben più complicato – e di minor appeal – incoraggiare una cultura del lavoro più sostenibile, con politiche che garantiscano un salario equo, maggiore flessibilità e un sostegno reale ai giovani e alle famiglie. Invece no: queste narrazioni ci presentano la fuga come unica soluzione.
La mia vita, come quella di tanti, è fatta di compromessi. Ogni passo richiede pianificazione, rinunce, un equilibrio costante tra ciò che desidero e ciò che posso realmente fare. Questo mi porta a guardare certe storie con un misto di ammirazione e scetticismo. Non perché non siano ispiratrici, ma perché spesso ignorano le difficoltà, la fatica e il contesto che le rende possibili.
Poi c’è la realtà delle cose. Poi c’è la montagna.
Mi incanta l’idea del suo silenzio, della maestosità delle vette, della sensazione di essere in un mondo che segue regole antiche, immutabili. La montagna, però, è anche il luogo in cui tutto si semplifica fino a diventare essenziale. È un luogo che ti accoglie senza filtri, ma proprio per questo non ti lascia scappare da te stesso. Ecco che il confine tra idea romantica e realtà si fa molto labile. La montagna non ti protegge, non ti semplifica la vita. Ti obbliga a guardarti dentro, a fare i conti con chi sei davvero.
Forse è per questo che continuo a sognarla e che cedo al compromesso di viverla da visitatore. Perché so che sarà vera. Non c’è spazio per illusioni tra quelle cime. La montagna ti chiede resistenza, adattamento e un certo grado di umiltà. È un banco di prova: rappresentarla come una fuga felice è un racconto arbitrario. La speranza è che, come tutte le mode, passi anche questa.
Quindi, cosa resta di quel piano B? Non l’ho abbandonato, ma quando i pensieri di cui ti parlavo mi assalgono cerco di guardarli con più realismo: "toccare" un sogno potrebbe rivelarsi molto diverso da quello che ci aspettiamo. La vita in montagna, o in qualsiasi altro luogo remoto, non è una risposta semplice ai problemi della vita. È una scelta che richiede impegno, fatica e consapevolezza.
Forse, più che scappare, il mio compito è imparare a trovare un equilibrio. Portare qualcosa della montagna nella mia vita di oggi: un senso di lentezza, di autenticità, di spazio per respirare. Piccoli passi che mi avvicinano a quel sogno senza dover mollare tutto.
E intanto la montagna resta lì, immobile e paziente, come una promessa. Un giorno forse smetterà di essere un sogno e diventerà una scelta. Ma per ora mi basta sapere che c’è, e che mi aspetta.
SUL COMODINO (libri che ho finito o che sto leggendo)
Piccolo trattato sull’immensità del mondo di Sylvain Tesson (Piano B Edizioni)
Un libro breve ma intenso, dove Tesson riflette sull'immensità del mondo attraverso uno sguardo poetico e filosofico. Ogni pagina è un invito a rallentare e a contemplare il mondo che ci circonda con maggiore attenzione. Perfetto per chi cerca una lettura che ispiri e faccia riflettere.
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SEGNAVIA (scoperte lungo il cammino)
Se sogni una vacanza lenta, immersa nella natura e nei suoi ritmi autentici, ti consiglio il B&B I Due Vagabondi di Romina e Simone. Situato in Piemonte, a Chiusa di Pesio, tra boschi e montagne, è un luogo perfetto per chi cerca quiete, connessione con il territorio e l’accoglienza di chi vive seguendo i tempi della natura. Un’esperienza di ospitalità rurale familiare che invita a rallentare e a riscoprire la bellezza delle piccole cose.
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CHI SONO
Content manager e fotografo di montagna, natura e viaggi. Da 15 anni mi occupo di comunicazione strategica e digital marketing. Sono specializzato in contenuti visivi per progetti di storytelling territoriale, conservazione ambientale ed ecoturismo.
Tra i grandi protagonisti del "rinascimento americano" (1850-55), fu personalità di spicco del movimento trascendentalista, ispirato agli insegnamenti dell'amico e concittadino R. W. Emerson. Il suo capolavoro è Walden (1854), intensa riflessione sull'armonia del mondo naturale e sul rapporto organico che l'individuo deve ripristinare con esso, resistendo alla spersonalizzazione della società moderna.
Tra il 1845 e il 1847 il ventottenne Henry David Thoreau si ritirò in una capanna sul lago Walden, nei boschi intorno a Concord, una cittadina del Massachusetts. "Walden" è il diario di due anni, due mesi e due giorni di vita solitaria.





Hai ragione “ La libertà di poter fallire senza che le conseguenze siano devastanti “ è per pochi eletti.
Molto bella. Una riflessione attenta e lucida, condivisa in molti punti.
Grazie per quello che scrivi.